venerdì 11 settembre 2015

11 settembre 1973 (l’altro 11 settembre…)



Il bombardamento della Casa della Moneda


pero no somos guajiros, nuestra Sierra es la eleccion”, canta, cioè:
noi non siamo guerriglieri, non faremo la guerra di guerriglia, noi ci presenteremo alle elezioni e le vinceremo regolarmente.
Victor Jara, che non voleva essere un guerrigliero ma partecipare alle elezioni, fu bestialmente torturato e poi ucciso nei primi giorni del golpe dai criminali che non avevano accettato che il popolo vincesse le elezioni e pretendesse di governare il Paese.
Che il governo di Unidad Popular non dovesse durare lo avevano già deciso, ancora prima che la vittoria di Allende fosse compiuta, le alte sfere della CIA e le multinazionali che avevano i propri interessi nell’economia cilena. Infatti milioni di dollari furono versati dalla Cia e dalla Casa Bianca all’editore del quotidiano “el Mercurio” fin dal 1970 affinché il giornale attaccasse ogni giorno il governo di Allende.
E dato che la vittoria di Allende fu di misura, i problemi per la gestione della cosa pubblica si presentarono da subito, dato che il partito democristiano (di centro) si barcamenò tra i due schieramenti (sinistra e destra all’opposizione) ed alla fine, quando le cose iniziarono a mettersi male per il governo, gli tolse il sostegno politico e lo abbandonò al suo destino.
In questa sede non c’è lo spazio per riportare la documentazione relativa alle responsabilità statunitensi nel golpe in Cile ma vi invito a leggere il testo di Patricia Verdugo, “Salvador Allende. Anatomia di un complotto organizzato dalla CIA” ed. Baldini Castaldi Dalai, che spiega diffusamente come fu organizzato a tavolino il golpe che causò la morte di migliaia di cileni.
C’è un altro testo, che però è oggi più o meno introvabile:
L’imperialismo contro il Cile. Documenti segreti dell’ITT” sapere edizioni 1973, che riporta i documenti della multinazionale delle telecomunicazioni relativi al loro coinvolgimento nel golpe. Infatti lo stesso Allende aveva così denunciato in un intervento alle Nazioni Unite:
L’ITT, una gigantesca multinazionale, ha iniziato,nello stesso momento in cui si conobbe la vittoria popolare, una minacciosa azione, in collusione con forze fasciste interne, per impedire che io mi insediassi alla presidenza. Signori delegati, io accuso, davanti alla coscienza del mondo, l’ITT di voler provocare nella mia patria una guerra civile!”
Inoltre è fondamentale la lettura di “Dal Cile” di Saverio Tutino (Mazzotta) che ricostruisce l’ultimo periodo del governo di Allende, quando la destra aveva scatenato tutta la propria forza di destabilizzazione, con le manifestazioni della buona borghesia che scendeva in piazza sbattendo casseruole per dimostrare che erano vuote e non c’era da mangiare; quando gli scioperi dei camionisti che bloccavano i rifornimenti alle città erano organizzati e foraggiati dagli stessi che spingevano in strada le casalinghe dei quartieri alti (che al mercato nero trovavano tutto quello che volevano, mentre era nei quartieri poveri che mancavano i mezzi di sussistenza, nonostante quanto facessero le associazioni di autogestione popolare). In quell’ultimo anno Allende si trovò anche a dover tenere a freno le associazioni di estrema sinistra che avrebbero voluto scegliere una via armata di resistenza e difesa del governo, cosa che il Presidente rifiutava sia per il suo attaccamento alla democrazia, sia perché comprendeva che sarebbe stato un suicidio; e d’altra parte è anche necessario fare piazza pulita delle accuse fatte “da sinistra” ad Allende di avere tradito i compagni più “estremisti” perché in realtà accoglieva in casa propria i militanti del MIR ricercati dalla polizia per evitare loro l’arresto.
Nonostante tutti i tentativi di destabilizzare la società cilena per ribaltare il governo di Allende, alle elezioni del marzo 1973 l’Unidad Popular ottenne ancora la maggioranza (nelle manifestazioni popolari a sostegno di Allende molti lavoratori marciavano con i cartelli “es un gobierno de mierda pero es mi gobierno”, a dimostrazione del fatto che l’alternativa avrebbe significato perdere tutto quello che si era riusciti a conquistare in quei tre anni) e fu questo sostegno popolare che costrinse l’imperialismo a cercare la via del golpe.
 
La mattina dell’11 settembre i vertici dell’esercito, che solo pochi giorni prima avevano assicurato la propria fedeltà di militare al governo legittimo, iniziarono la sollevazione a Valparaiso. E l’addetto navale degli USA in Cile, Patrick Ryan, informò il Pentagono la mattina dell’11 settembre 1973 con queste parole:
Il nostro D-day è stato pressoché perfetto”.
Il resto è storia più o meno nota, e non approfondirò in questa sede né la gestione del potere da parte di Pinochet, né le ripercussioni internazionali del Plan condor, la rete terroristica di cui fecero parte anche neofascisti italiani, che assassinò esuli latino americani in fuga dalle varie dittature in diversi Paesi esteri; né parlerò delle calunnie che ancora oggi vengono diffuse per infangare la figura di Allende.
Oggi desidero ricordare il governo di Unidad Popular per una piccola, grandissima riforma: garantire un mezzo litro di latte quotidiano ad ogni bambino cileno, per dare anche i piccoli dei barrios di periferia la possibilità di nutrirsi meglio e di crescere al pari dei loro coetanei dei quartieri alti. Questo mezzo litro di latte è diventato un simbolo, il simbolo di un governo che vuole il bene del proprio popolo e che per garantirgli questo mezzo litro di latte quotidiano, così come tutte le altre riforme più “grandi” necessitava di enormi risorse, che poteva trovare solo nazionalizzando le ricchezze cilene. Perché solo se la ricchezza del Cile rimaneva al Cile (e per fare questo bisognava impedire alle multinazionali di depredarle), il Paese avrebbe potuto garantire il benessere a tutto il suo popolo e non solo alla minoranza di ricchi che vedeva i propri privilegi intaccati dalle scelte di Unidad Popular.
Così spiegava Allende in un’intervista rilasciata a Roberto Rossellini nella primavera del 1972:
Noi definiamo l’imperialismo come l’estrema fase del capitalismo. È il capitale finanziario dei paesi industrializzati che cerca terreni di investimento nei paesi dove si possono ricavare maggiori profitti , ossia larghi margini di utile (…) i paesi in via di sviluppo sono paesi che vendono materie prime. Vendiamo a poco prezzo e compriamo a caro prezzo. Il processo di inflazione fa sì che noi siamo costretti a fornire sempre più materie prime per importare lo stesso quantitativo di prodotti finiti.
Nell’ultimo decennio è stato più quello che è uscito da questi paesi dell’America latina di quello che è entrato. E tutto questo è avvenuto per pagare crediti, profitti, ammortamenti, oltre ai contributi che vengono dati dall’America latina per prestiti agli organismi semi-statali o statali e per investimenti delle economie private. Questo dramma è quello che fa sì che l’America latina sia andata impoverendosi sempre più mentre si consolidava il capitale straniero particolarmente il capitale internazionale”.
E sentiamo ancora l’intervento di Allende alle Nazioni Unite nel 1972:
Ci troviamo davanti a un vero scontro frontale tra le grandi corporazioni internazionali e gli Stati. Questi subiscono interferenze nelle decisioni fondamentali, politiche, economiche e militari da parte di organizzazioni mondiali che non dipendono da nessuno Stato.
Per le loro attività non rispondono a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun Parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l’interesse collettivo.
In poche parole la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta.
Le grandi imprese multinazionali non solo attentano agli interessi dei Paesi in via di sviluppo, ma la loro azione incontrollata e dominatrice agisce anche nei paesi industrializzati in cui hanno sede.
La fiducia in noi stessi che incrementa la nostra fede nei grandi valori dell’umanità, ci da la certezza che questi valori dovranno prevalere e non potranno essere distrutti.”
Questo discorso, che durò soltanto due minuti, fu seguito da un applauso di un minuto: lo trovate su Youtube con i sottotitoli in italiano.
Dunque il golpe delle multinazionali e della CIA fu anche, simbolicamente, rivolto contro quel mezzo litro di latte quotidiano, perché non si poteva permettere di intaccare i privilegi dei pochi ricchi per dare la possibilità alla maggioranza povera di migliorare la propria condizione di vita. Ma questo discorso era stato ben capito dai lavoratori e dai proletari cileni, ed era questo il motivo del sostegno che Allende ebbe dal suo popolo, al quale rimase fortemente legato fino alla fine, come dimostrano le ultime parole che riuscì a far uscire dal palazzo della Moneda, dove aveva deciso di rimanere invece di tentare la fuga e dove rimase vittima dei golpisti. Che si sia suicidato o sia morto per mano degli insorti non ha importanza: la morte di Allende è comunque un crimine dell’imperialismo.
Quando seppe dell’inizio del golpe Allende inviò alle 7.55 un primo messaggio radio in cui chiedeva al popolo di restare unito, mantenere la calma evitando provocazioni e manifestava la propria fiducia nella fedeltà dell’esercito al governo legale; nei messaggi successivi appare come Allende si sia via via reso conto che la situazione stava precipitando e l’ultimo messaggio delle 9.30 ci mostra un uomo che pur sentendosi sconfitto e prossimo alla fine non viene meno alla propria coerenza ed integrità. Eccolo.
Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes. Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno. Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.
Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!
Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo. E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente.
Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli. Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.
In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi. (…) Dinanzi a tali fatti non posso dire che una sola parola ai lavoratori: (a questo punto la registrazione è confusa, si odono sempre più forti scoppi di bombe)
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi.
Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole (si odono scoppi vicinissimi) e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento”.
 

mercoledì 9 settembre 2015

ADESSO BASTA!



Sto preparando una petizione on-line per chiedere alla Comunità Europea di modificare il regolamento delle compagnie aeree che le tutela così tanto e lascia agli utenti i costi aggiuntivi, delle variazioni e annullamenti di queste compagnie, come se la colpa fosse dei clienti.
DEVONO CAMBIARE!

domenica 14 dicembre 2014

E noi acquistiamo solo da aziende che continueranno a specificare l'origine dei prodotti!

"E quando ci sono anche le allergie... diventa un problema serio".



Sparisce l'origine del cibo dalle etichette
Ce lo impone l'Unione europea

Dal 13 dicembre un regolamento della Ue toglie l'obbligo di indicare sulle confezioni lo stabilimento di lavorazione degli alimenti. Un regalo alle multinazionali. Che rischia di danneggiare le aziende nostrane. E di aiutare i cloni del made in Italy 





La mozzarella Santa Lucia fino a oggi è stata prodotta in Italia. Lo si può leggere chiaramente sull’etichetta: realizzata nello «stabilimento di Corteolona, Pavia». Tra pochi giorni le cose potrebbero però cambiare. Un regolamento europeo cancella infatti l’obbligo di indicare sulla confezione il luogo di produzione degli alimenti. In teoria ci sono due eccezioni: carne e latticini, per i quali bisognerà ancora segnalare lo stabilimento, ma non più come avviene oggi: basterà un numero a rappresentare la fabbrica. Per comprendere le conseguenze del cambiamento vale la pena di restare sull’esempio della Santa Lucia, marchio controllato dalla multinazionale francese Lactalis che, oltre a quelli italiani, ha impianti sparsi per il mondo. Ebbene, se per ipotesi la Lactalis decidesse di non realizzare più la mozzarella in provincia di Pavia, ma di spostare la manifattura all’estero, per il consumatore sarebbe praticamente impossibile saperlo. Un ragionamento applicabile a tutto il cibo.
CE LO CHIEDE BRUXELLES
Il regolamento in questione porta il numero 1169 ed entra in vigore in tutti i Paesi dell’Unione europea il 13 dicembre. L’obiettivo ufficiale è quello di «migliorare il livello di informazione e di protezione dei consumatori», si legge sul sito dell’Ue. In effetti, nelle 46 pagine del documento ci sono parecchi articoli che dovrebbero renderci la vita più facile. Per esempio, sulle etichette dei cibi non troveremo più la scritta “sodio” ma il più comprensibile “sale”. Oppure - altro esempio - dovranno esserci informazioni più chiare sulle sostanze a cui i consumatori possono essere allergici, dal glutine alle uova. Gli esperti concordano: ci sarà finalmente più trasparenza sugli ingredienti e regole uguali per tutti. Peccato solo che non sarà più garantita la conoscenza dello stabilimento di produzione. Un’informazione che in Italia, finora, è stato obbligatorio indicare: lo prevede la legge 109 del 1992. Con il nuovo regolamento europeo la norma nazionale decadrà. E scrivere sull’etichetta il luogo in cui è stato lavorato l’alimento diventerà facoltativo. «È un regalo alle multinazionali, che potranno così spostare le produzioni in Paesi dove la manodopera costa meno senza che il consumatore se ne accorga», sostiene Dario Dongo, avvocato esperto di diritto alimentare.

IL MISTERO S'INFITTISCE Già oggi, in realtà, parecchi prodotti provenienti da altre nazioni non riportano sulla confezione il luogo di lavorazione. Basta fare un giro al supermercato per rendersene conto. Capire dove sono stati realizzati i cereali Fitness, ad esempio, è impossibile. Sulla scatola l’unica informazione comprensibile è questa: «Distribuito da Nestlé Italia Spa», la multinazionale svizzera con ramificazioni in tutto il mondo. In quale Paese sono stati lavorati i cereali? Mistero. Dal 13 dicembre sarà così anche per le produzioni italiane. Il regolamento comunitario prescrive infatti di riportare sulla confezione solo il nome del proprietario del marchio. E sono in molti a credere che il cambiamento risulterà svantaggioso per chi va a fare la spesa.

IL GOVERNO CHE FA?
Il Movimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione al ministero dello Sviluppo economico per chiedere di mantenere l’obbligo d’indicare sull’etichetta il luogo di produzione. «Per operare in tal senso occorre una specifica norma di legge o una delega al governo in materia di etichettatura», ha risposto il viceministro Claudio De Vincenti, aggiungendo però che al momento «non appare possibile adottare i provvedimenti richiesti per assenza di una fonte primaria che li preveda». Insomma, per ora niente da fare, in futuro si vedrà. Intanto nel settore alimentare le preoccupazioni aumentano. Questione economica, soprattutto. L’indicazione dello stabilimento, si legge infatti nell’interrogazione dei Cinque Stelle, «serve ai singoli consumatori per scegliere un alimento rispetto a un altro anche in considerazione del Paese o della regione dove è prodotto». Traduzione: se voglio premiare le aziende che non delocalizzano, come faccio se non conosco il luogo di produzione?

RISCHI PER IL MADE IN ITALY
La questione suscita i malumori di parecchie imprese nostrane. Alla Sterilgarda, 280 dipendenti, tra i maggiori produttori di latte in Italia, la paura è di perdere quote di esportazioni. Ferdinando Sarzi, titolare dell’azienda mantovana, dice di essere appena tornato da un viaggio di lavoro negli Stati Uniti: «Lì il made in Italy continua ad andare fortissimo, ma adesso che non sarà più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione qualcuno, per esempio chi ha sede legale da noi ma fabbriche all’estero, potrebbe approfittarne per vendere come italiano ciò che in realtà viene lavorato fuori». Insomma, le nuove regole potrebbero agevolare i prodotti “italian sounding”, quelli che attraverso nomi o simboli stampati sulla confezione rimandano a una presunta italianità. Un fenomeno che, secondo le ultime stime del governo, vale già oggi circa 55 miliardi di euro, quasi il doppio delle esportazioni alimentari nostrane.

CHI CI GUADAGNA
Sterilgarda è solo una delle tante imprese ad aver firmato la petizione per opporsi all’entrata in vigore del regolamento europeo. L’idea è stata di Raffaele Brogna, 32enne fondatore di
ioleggoletichetta.it , un sito che cerca di aiutare chi fa la spesa con informazioni sull’origine dei prodotti. Brogna ha avviato una raccolta di firme che finora ha raccolto circa 20 mila adesioni tra cittadini privati e gruppi dell’agroalimentare. «Dalla nostra parte stanno le aziende che producono tutto in Italia», dice Brogna, «non certo colossi come Unilever, Nestlé o Carrefour che hanno stabilimenti in tanti Paesi e possono beneficiare del nuovo regolamento». Le imprese che hanno firmato la petizione si sono impegnate a mantenere l’indicazione dello stabilimento di produzione. Tra queste ci sono pure alcune catene di supermercati, visto che negli ultimi anni anche in Italia si sono sviluppate parecchio le cosiddette private label, cibi marchiati con lo stesso simbolo della catena distributiva. «Noi continueremo a chiedere ai nostri fornitori d’indicare lo stabilimento, così che il consumatore possa essere certo che quel cibo ha creato lavoro in Italia», assicura ad esempio Giuseppe Zuliani, direttore marketing della Conad.

MOZZARELLA LITUANA
Se è vero che le nuove regole europee renderanno difficile, se non impossibile, capire dove è stato lavorato un alimento, già oggi l’origine del cibo è abbastanza misteriosa. Secondo i calcoli della Coldiretti, il 33 per cento dei prodotti agroalimentari “made in Italy” contiene infatti materie prime straniere. Già, perché in parecchi casi non è obbligatorio indicarne la nazione di provenienza. Qualche esempio? Basta dare un’occhiata al grafico riportato nelle pagine precedenti. Due prosciutti su tre, venduti come italiani, sono frutto di maiali allevati all’estero, soprattutto in Germania. Un terzo del grano usato per fare la pasta arriva dal Canada. E la metà delle mozzarelle che compriamo è prodotta con latte straniero, per lo più tedesco e lituano. Il nuovo regolamento europeo, in realtà, qualche miglioramento in questo senso dovrebbe portarlo. «Sarà obbligatorio indicare sulla confezione il Paese d’origine della carne di maiale, capra e pollo», dicono dal ministero dell’Agricoltura, precisando che questo risultato è frutto delle pressioni dell’Italia in sede europea. Altre nazioni, evidentemente, hanno spinto affinché l’Ue togliesse l’obbligo di indicare sulle confezioni lo stabilimento di produzione. E così, dal 13 dicembre, sapere dove è stato lavorato ciò che stiamo mangiando diventerà ancora più difficile. A meno che il governo, alla fine, decida di fare una nuova legge in difesa del made in Italy.          


                                                      
 

Michael Jackson - Will You Be There


venerdì 12 settembre 2014

Questo è il Medio Evo



Personalmente considero Putin un dittatore, ma devo riconoscere che in questa crisi, si sta comportando come un pacifista.
Mentre il Premio Nobel per la Pace Obama, vuole scatenare la terza guerra mondiale!

martedì 12 agosto 2014

IL MIO PLUMCAKE ALL'ARANCIA




RICETTA:
300 g.   Farina
250 g.   Zucchero
75   g.   Olio extravergine di oliva (burro se preferite)
2  Uova
La scorza di un'arancia e di un limone
Il succo di mezzo limone e di un'arancia
1 vasetto di yogurt agli agrumi
una bustina di lievito istantaneo per dolci
una bustina di vanillina
un pizzico di sale

Frullare tutto insieme e versare il composto nella teglia
Infornare (no ventilato) a 180° gradi per 35 minuti.

martedì 29 luglio 2014

CUORE E CERVELLO, ASSENTI!

Sono schifata!
Ci sono ancora troppe persone, anche "amici" purtroppo che ignorano totalmente gli appelli in favore del martoriato popolo palestinese e ciò che è peggio, non gli importa nulla!
Leggo continue indignazioni su maltrattamenti agli animali, che ribadisco condivido, ma nemmeno una sillaba sui massacri a Gaza, dove le vittime sono esseri umani.
Per non parlare di coloro che si occupano ESCLUSIVAMENTE di stupidaggini e gossip.
Provo spesso a sensibilizzare queste misere coscienze ma farei bene a spendere il mio tempo in modo migliore, perché non c'è peggior interlocutore di colui che proprio non ci arriva.
Diamo pure la colpa a questa abissale ignoranza, ma sappiate che vi disprezzo profondamente!

venerdì 25 luglio 2014

IL TIMBRO CHE NON C'E'...


 
 
Ho deciso di promuovere una petizione per chiedere a Poste Italiane di ripristinare il timbro con la data di consegna di tutta la corrispondenza che ci viene recapitata a casa
Probabilmente ai più sembrerà una sciocchezza, ma vi assicuro che rappresenta l’unica tutela del cittadino e spiego il perché.
Sono ormai diversi anni che l’appellativo di “servizio” è inappropriato. In quanto utente pagante, sono arcistufa di pagare oneri per ritardato pagamento senza averne colpa a causa di questa vergognosa gestione che ti recapita le bollette già scadute o peggio mai arrivate.

Mi informo chiedo in giro e scopro che tante altre persone sono vittime dello stesso disservizio.
Allora chiami il gestore dell’utenza in questione, che sia energia elettrica, telefono, gas o acqua. Ma la risposta è sempre la stessa, loro hanno emesso la fattura con largo anticipo e non è colpa loro se il gestore  che hanno scelto non fa correttamente il lavoro per il quale è pagato.
Il problema è mio!
L’unica indicazione che ricevo, bontà loro, è di rivolgermi al mio ufficio postale il quale mi invita a fare reclamo a quell’altro ufficio che mi rimanderà a quell’altro ancora.

Dopo tanti abili interlocutori, discendenti di Ponzio Pilato scopro che nessuno è  responsabile.

Mi arrendo anche perché senza quel maledetto timbro, come dimostro la legittimità del mio reclamo?

Così mentre tutti possono continuare a scaricare la colpa su qualcun altro, noi cittadini siamo ancora una volta vittime di un sistema sbagliato dove nessuno si assume la responsabilità del proprio operato e gli unici a pagare siamo noi.

Saranno anche pochi euro, ma per me è una questione di principio e non intendo chinare la testa!

mercoledì 23 luglio 2014

PAROLE DI GHIACCIO!

Sì, parole di ghiaccio!
Perché di buon mattino mi hanno raggelato il sangue.





Mentre gusto il primo caffè della giornata, ho la “brillante” idea di accendere il  Tv (come si dice da qualche tempo a questa parte) per sentire le ultime notizie e allora Rai News 24, tanto (penso) uno vale l’altro.

Mi imbatto subito nell’inviata a Gerusalemme, ci racconta con parole “sue” l’evolversi della crisi israelo-palestinese  (così chiamano lo sterminio del popolo palestinese) che con la solita aria, mista di sgomento e indignazione, annuncia palesemente scossa il pesante bilancio delle vittime che continua a salire.
Immediatamente penso stia parlando delle centinaia di vittime Palestinesi, invece no!
Si riferisce ai 28 militari e tre civili israeliani.

Per poco non mi va di traverso il caffè, che bevo amaro, ma stamattina  troppo amaro.
Non sono ancora abbastanza sveglia per alzarmi a spegnere subito e faccio in tempo a sentire l’intervista di una donna tradita da Iron Dome, che non è il marito ma il nome del sistema di difesa antimissile israeliana.
Insomma Iron Dome, si è lasciato sfuggire il primo missile palestinese che in tutta libertà ha colpito la sua casa a due passi da Tel Aviv, parzialmente danneggiata e che solo per puro caso, precisa la giornalista, non ci sono vittime in quanto gli occupanti erano al lavoro.
Evidentemente il lavoro da loro è molto più precario che da noi.
No?

Chiude l’intervista con la signora ancora sotto shock, che ammette di non aver mai pensato potesse succedere. Un simile affronto ad una purosangue  figlia di Davide è sinceramente inaccettabile!

Mentre è accettabile per questi scribacchini da quattro soldi che le vittime civili palestinesi siano a centinaia e giustificate le migliaia di abitazioni rase al suolo di questi “figli di Hamas”, senza nemmeno l’onore di essere intervistati dinnanzi alle loro case distrutte.

Ho finito il caffè ma vorrei tornare a dormire per sognare un enorme “Cupola di ferro” a difesa del popolo e del territorio palestinese dalla violenta stupidità e crudeltà degli uomini.






lunedì 21 luglio 2014

LA STORIA NON INSEGNA

 
Qualcuno ancora crede che sarà fatta giustizia, ma sono illusi.
La storia ci racconta come andrà a finire.
Finirà che i Palestinesi saranno estinti nell'indifferenza del mondo. Resterà qualche superstite che sarà rinchiuso nelle "riserve" volute da Israele, oggi chiamate campi profughi/rifugiati.
Così come fu per i Nativi Americani.
Punto!
Siamo una razza orribile, questa è l'unica certezza.
 
 
 
 
 




sabato 12 luglio 2014

DO NOT CRY FOR PALESTINE


Ancora una bruttissima giornata e non mi riferisco alla pioggia, anche perché restando in città mi sono del tutto indifferenti le condizioni metereologiche.
Mi riferisco alle terribili immagini e notizie che arrivano da Gaza nella quasi totale indifferenza del resto del mondo.

Così come fu per gli Indiani d'America, così è oggi per il popolo Palestinese.

L'indignazione, la rabbia e la ribellione appartengono ad una piccola parte dell'umanità che si batte disarmata contro un gigante bellico avido di sangue.

Dall'altra parte c'è l'ignoranza, il razzismo, la prepotenza, la complicità e la terribile crudeltà dell'indifferenza, atta a tutelare la misera tranquillità quotidiana del popolino che non vuole essere disturbato da fatti della quale non gli interessa nulla. Da qui la comoda convinzione che Israele si sta "giustamente" difendendo dai terroristi Palestinesi. Così la coscienza, ammesso ne abbiano una, è a posto.

Io appartengo a quella minoranza, quella che si batte, che sostiene le iniziative in difesa dei Palestinesi, quella che la notte non dorme, quella che si ribella alle ingiustizie di questo mondo e vive un'esistenza poco serena perché non distoglie lo sguardo dalle atrocità che ogni giorno vengono inflitte agli ultimi della terra.

Siamo pochi, siamo soli, le nostre lotte sono inascoltate e la nostra posizione è scomoda ma, non vorrei mai trovarmi dalla parte degli aguzzini, non ho il coraggio di girarmi dall'altra parte per tutelare la mia serenità, non ci riesco.

Vicina al popolo Palestinese, piango!




venerdì 11 luglio 2014

Occhio non vede, cuore non duole..


Questo moralismo spicciolo mi disgusta.
Persone che straparlano evocando il rispetto delle vittime contro di noi perfidi e insensibili che abbiamo il "cattivo gusto" di condividere le terribili immagini del genocidio dei Palestinesi.
Penso che il rispetto per le vittime sia quello di rendere loro giustizia, con la condanna e la persecuzione dei  carnefici.
Finto buonismo da quattro soldi, che ignora volutamente il dramma perché non guarda o gira la testa dall'altra parte, magari per occuparsi dei brasiliani in lacrime o delle storielle scabrose dei vip al mare.
Beh, mi fate schifo e vi disprezzo!














giovedì 10 luglio 2014

FREE PALESTINE





Che strane bombe quelle palestinesi. Non fanno vittime!
Eppure Israele, "costretta" a difendersi da tale aggressione, continua a seminare morte. Donne e bambini uccisi perché palestinesi.
Così ci alziamo al mattino e ci chiediamo quanti pericolosi terroristi palestinesi sono stati eliminati oggi e aspettiamo che i telegiornali ci raccontino tra una lacrima e l'altra dei brasiliani sconfitti, quanto sono cattivi questi palestinesi.
Ecco, ora la coscienza del mondo è salva, possiamo iniziare la giornata sereni!









SOLIDARIETA'

Volti da Ricordare

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